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Smettere di performare e iniziare a incontrarsi

  • Immagine del redattore: Francesca Baccilieri
    Francesca Baccilieri
  • 9 apr
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 17 apr

Viviamo in un tempo che corre.

Un tempo che ci vuole rapidi, impeccabili, sempre presenti, sempre “in forma”, sempre un passo avanti rispetto a ciò che sentiamo.


E così impariamo presto a stare al mondo attraverso il fare.

A essere efficienti, utili, irreprensibili.

A non mostrare mai quando siamo stanchi, quando ci perdiamo, quando il corpo ci chiede una tregua.


È sottile, quasi invisibile, il momento in cui smettiamo di incontrarci e iniziamo a performare.

Succede quando la vita diventa una corsa continua, quando ci misuriamo solo attraverso ciò che produciamo, quando il valore che sentiamo di avere dipende da quanto riusciamo a reggere.


Eppure, dentro ognuno di noi esiste un luogo che non corre. Un luogo che non ha bisogno di dimostrare nulla.

Un luogo che aspetta solo di essere ascoltato.


Quando il fare prende il posto del sentire


Il problema non è il fare.

Il problema nasce quando il fare diventa l’unico linguaggio che conosciamo per essere visti, amati, considerati.


Dentro di noi vive un mondo ricco: emozioni, sfumature, segnali corporei, intuizioni.

Un mondo che non urla, ma sussurra.

E che spesso ignoriamo perché non abbiamo mai imparato a dargli spazio.


Fare spazio al sentire non significa diventare fragili.

Significa tornare interi.

Significa ricordare che la vita non è una prestazione, ma un’esperienza.


Eppure, nella nostra cultura, questo sembra quasi un lusso.

Quasi un’utopia.

Il prezzo silenzioso del performare


Quando viviamo solo nel fare, paghiamo un prezzo che non si vede subito.

Un prezzo che si accumula nel corpo, nei muscoli, nel respiro, nella qualità delle nostre relazioni.


C’è in ognuno di noi un nucleo profondo, sano, originario.

È ciò che ci rende unici, sensibili, diversi.

È la parte che non ha bisogno di essere migliorata, solo riconosciuta.


Ma quando corriamo troppo, questo nucleo si appiattisce.

Diventiamo versioni funzionali di noi stessi. E il corpo, che non mente mai, inizia a parlare.


Prima piano emergono tensioni, stanchezza, irritabilità.

Poi dolori ricorrenti, infiammazioni, affanno, insonnia.


Il corpo non ci sta sabotando.

Sta richiamando la nostra attenzione.

Il corpo ci vuole riportare a casa, dentro di noi.


Cosa succede quando finalmente rallentiamo


Rallentare non è sempre facile.

All’inizio è scomodo, a volte può fare paura.


Quando smetti di correre, emergono tutte le sensazioni che avevi messo in pausa: inquietudine, vuoto, stanchezza antica.

La mente prova a riportarti nella zona conosciuta: fare, controllare, riempire.


È un meccanismo del tutto normale, la mente vuole proteggerti dal cambiamento. Perché dal suo punto di vista cambiare richiede energia, mentre rimanere nella zona di comfort molto meno.

Ecco perché il nuovo, anche quando è buono, ci fa paura e proviamo mille resistenze.


Se però ti concedi di restare nella scomodità del momento.

Se respiri.

Se non scappi subito.

Accade qualcosa di diverso: una presenza più centrata, un radicamento, una quiete che non avevi mai sentito davvero.


È lì che inizia l’incontro con te stessa.


I benefici che arrivano nel tempo


Quando smetti di performare, non diventi meno efficace.

Diventi più vera.


Inizi a riconoscere i tuoi confini.

A distinguere ciò che fai per abitudine da ciò che fai per scelta.

Il corpo si distende.

Il respiro si apre.

La vita non pesa più allo stesso modo.


Non perché fai meno. Ma perché fai rispettando il tuo ritmo.

E nasce una fiducia nuova: la fiducia nel tuo sentire, nella tua capacità di orientarti, nel valore di ciò che sei, non di ciò che produci.


Quando smetti di misurarti attraverso ciò che fai, torni a sentire chi sei.


Una piccola pratica quotidiana di ascolto di sé


Non serve molto tempo.

Serve presenza.


Fermati un momento.

Porta l’attenzione al corpo.

Nota il respiro così com’è.

Chiediti: “Come sto, adesso?”


Non cercare la risposta giusta.

Cerca la risposta vera.

Poi chiediti: “Di cosa avrei bisogno, in questo momento?”


Non devi soddisfarlo subito.

Devi solo riconoscerlo.

Questo è il primo passo per tornare a te.


Uno spazio da cui ripartire


A volte, per ricominciare a sentirsi, serve uno spazio dedicato.

Uno spazio in cui non devi dimostrare nulla.

In cui non c’è una versione migliore di te da raggiungere.

In cui puoi semplicemente essere.


Nel setting di counseling, questo spazio esiste.

È uno spazio protetto, lento, rispettoso.

Un luogo in cui il sentire torna al centro.


Qui impari a riconoscere i tuoi segnali interiori, a dare un nome alle emozioni, a stare con te stessa senza performare.


L’ascolto non è un talento.

È un’abitudine.

E come tutte le abitudini, ha bisogno di cura, continuità, sostegno.


Il counseling custodisce proprio questo: un luogo in cui puoi fermarti, sentire, e ripartire da lì.

A volte, ripartire non significa fare un passo in più.

Significa tornare a casa.

 
 
 

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