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Finisci sempre per litigare? Come farti ascoltare davvero

  • Immagine del redattore: Francesca Baccilieri
    Francesca Baccilieri
  • 7 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 24 lug

Ti è mai capitato?

Inizia tutto per una sciocchezza: i piatti sporchi lasciati nel secchiaio, un tono di voce leggermente più alto, un messaggio visualizzato e non risposto.


In pochi secondi la conversazione degenera. Tu dici una cosa, l’altro ne capisce un’altra, e quella che doveva essere una serata tranquilla si trasforma in una lotta dove si rinfacciano colpe vecchie di anni.


La verità è che non litighiamo perché siamo cattivi o incompatibili o troppo stanchi per avere un confronto autentico. Litighiamo perché usiamo un linguaggio che "aggredisce" il cervello dell'altro, attivando il suo sistema di difesa.


Esiste però un modo diverso per dire le stesse cose, senza alzare dei muri.

Si chiama Comunicazione Non Violenta (CNV). E oggi voglio svelarti il primo, fondamentale, passo per cambiare rotta.


L’errore che commettiamo tutti: scambiare il giudizio per realtà


Quando siamo frustrati, il nostro cervello cerca una scorciatoia.

Invece di descrivere cosa ci dà fastidio, etichettiamo.

  • Diciamo: "Sei il solito pigro" invece di: "I piatti sono ancora nel secchiaio".

  • Diciamo: "Non mi ascolti mai" invece di: "Mentre parlavo hai guardato il telefono tre volte".


C’è una differenza enorme.

L’etichetta (pigro, distratto, egoista) è un giudizio.

Il fatto (i piatti, il telefono) è un’osservazione.


La tecnica della Telecamera


Il segreto della Comunicazione Non Violenta parte da qui: imparare a osservare i fatti come se fossimo una telecamera.

Una telecamera non dice "sei un maleducato", registra solo che non hai salutato entrando.


Perché è così potente?

Perché davanti a un fatto oggettivo l’altro non può negare.

Davanti a un giudizio, invece, l’altro deve difendersi.

E quando entriamo in modalità difesa, o attacchiamo a nostra volta o smettiamo di ascoltare.

Più spesso entrambe le cose.


Prova a fare questo esercizio (ma non è facile come sembra!)


Pensa a una cosa che il tuo partner o un tuo collega fa e che ti fa arrabbiare tantissimo.

Ora prova a descriverla senza usare aggettivi, senza dire "sempre" o "mai" e senza dare giudizi di valore.


Ci riesci? Se senti che la tua mente scalpita per aggiungere un "perché lui fa apposta", "sì, però sono sempre io a fare il primo passo", è assolutamente normale.


Siamo allenati al giudizio, non all'osservazione.


Ma l’osservazione è solo l’inizio...


Identificare i fatti è il primo passo per "disarmare" il nostro interlocutore.


Ma per farsi ascoltare davvero e ottenere ciò di cui abbiamo bisogno, mancano ancora tre tasselli fondamentali: imparare a dare un nome alle emozioni, individuare i bisogni profondi e formulare una richiesta.

Ma attenzione, fai in modo che la tua richiesta non suoni come una pretesa!


È qui che la teoria diventa pratica.


Sei stanca di parlare a un muro e ritrovarti ogni volta al punto di partenza?

Uscire dalla trappola dei litigi continui non significa imparare a "vincere un'argomentazione" o subire in silenzio. Significa imparare a riconoscere i tuoi bisogni prima che la rabbia o la frustrazione li trasformino in un attacco.


Nei miei percorsi individuali di counseling lavoriamo insieme sul modo in cui comunichi, sui confini personali e sull'ascolto di te stessa, per aiutarti a portare verità e rispetto nelle tue relazioni.


Puoi prenotare una prima chiamata conoscitiva gratuita di 20 minuti per raccontarmi la tua situazione.

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Non aspettare il prossimo litigio per decidere di cambiare.

Impara oggi gli strumenti per farti ascoltare domani.

 
 
 

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