Ansia e stato di allerta costante: come ritrovare la sicurezza nel corpo e nelle relazioni
Ti è mai capitato di guardare la tua vita dall’esterno, vedere che "va tutto bene", la casa è a posto, il lavoro c’è, le persone care sono vicine, eppure sentire dentro una sottile e costante sensazione di allerta?
Come un rumore di fondo che ti dice di non abbassare mai la guardia, di rimanere vigile, di prepararti a qualcosa che potrebbe andare storto da un momento all'altro.
Accade molto più spesso di quanto pensiamo. E la ragione è semplice: la sicurezza non è un concetto logico. Non basta dirsi "sono al sicuro" con la mente per far rilassare le spalle, sciogliere la contrazione allo stomaco o liberare il respiro.
La vera sicurezza non si pensa: si sente. È uno stato del corpo, una percezione profonda che ha radici lontane e che risponde a leggi precise del nostro sistema nervoso.
La base sicura: la sicurezza che nasce fuori
Quando parliamo di sicurezza emotiva, è impossibile non citare John Bowlby e la sua Teoria dell’Attaccamento.
Bowlby ha intuito un bisogno primario dell'essere umano: quello di avere una "base sicura", non solo dal punto di vista dei bisogni primari come mangiare ed essere puliti, ma soprattutto dal punto di vista emotivo.
Da bambini, la base sicura è rappresentata dall'adulto di riferimento.
È quel riparo solido da cui possiamo partire per esplorare il mondo e a cui possiamo ritornare ogni volta che proviamo paura, stanchezza o disorientamento.
Se sappiano che c'è qualcuno pronto a riaccoglierci tra le sue braccia e proteggerci senza giudicarci, la nostra mente e il nostro corpo si sentono al sicuro.
Con il passare degli anni, quella base sicura esterna dovrebbe gradualmente trasformarsi in una struttura interiore solida.
Ma cosa succede se nel nostro percorso quelle risposte non sono state costanti o addirittura non ci sono state?
Se abbiamo imparato che per essere amate o protette dovevamo "performare", non disturbare o cavarcela da sole?
Accade che cresciamo diventando bravissime a gestire tutto all'esterno, ma continuiamo a muoverci nel mondo senza un'ancora interna.
E la sensazione di sicurezza viene a mancare.
La neurocezione: la sicurezza che si incarna dentro
È qui che il percorso della psicologia incontra la saggezza del corpo, attraverso la Teoria Polivagale formulata da Stephen Porges.
Porges ha introdotto il concetto di neurocezione.
A differenza della percezione conscia, la neurocezione è un processo del tutto inconscio con cui il nostro sistema nervoso autonomo scansiona continuamente l'ambiente, le relazioni e il nostro mondo interno alla ricerca di segnali di sicurezza o di pericolo.
Quando il tuo sistema nervoso rileva un pericolo (che si tratti di una reale minaccia, di un conflitto imminente o semplicemente del timore di non essere all'altezza), la neurocezione attiva automaticamente le tue difese:
L'iperattivazione (Attacco o Fuga): il cuore accelera, i muscoli si tendono, la mente vaga in cerca di soluzioni. Vivi nel controllo e nel "devo fare".
L'ipoattivazione (Blocco o Freeze): la sensazione di intorpidimento, la mente che si svuota, il senso di distacco, quel "non riesco a trovare le parole o le forze".
La scoperta straordinaria della Teoria Polivagale è che il nostro sistema nervoso non si calma tramite la forza di volontà, ma attraverso il sistema di ingaggio sociale e la co-regolazione.
Impariamo a sentirci al sicuro nel corpo quando il nostro sistema nervoso riceve segnali di presenza, calma, sguardo accogliente e voce regolata da un altro essere umano.
È la biologia del contatto autentico, quello sperimentato durante l'infanzia con la nostra figura di attaccamento, che ricerchiamo anche nella vita adulta, perché la sicurezza si costruisce insieme.
Tornare ad abitare la calma: da dove ripartire
Ritrovare il senso di sicurezza non significa eliminare lo stress dalla vita o vivere in una bolla protetta per sempre. Significa piuttosto insegnare al proprio corpo che è possibile tornare a casa.
Che dopo una tempesta c'è uno spazio di sosta in cui le difese possono finalmente deporre le armi.
Per iniziare a ricostruire la tua base sicura interiore, puoi partire da piccoli atti di presenza somatica:
Ascolta i segnali di protezione: quando senti contrazione o ansia, anziché colpevolizzarti, ringrazia il tuo sistema nervoso. Sta solo cercando di proteggerti a modo suo.
Cerca ancore somatiche: porta l'attenzione al contatto dei piedi a terra, al peso del corpo sulla sedia, al ritmo naturale dell'espirazione. Mostra al corpo che "qui e ora" c’è un appoggio, che sei sostenuta.
Sperimenta la co-regolazione: non fare tutto da sola. Cerca spazi, sguardi e relazioni in cui non serve dimostrare nulla e in cui puoi permetterti di essere vulnerabile.
La sicurezza è una strada che si ripercorre un passo alla volta, restituendo al corpo il tempo e il rispetto di cui ha bisogno per credere che non c'è più nulla da cui dover scappare.
Ti capita di sentirti spesso in stato di allerta o di far fatica a fidarti e lasciarti andare?
La sicurezza non è una teoria da capire con la mente, ma uno stato che il sistema nervoso deve poter esperire e riconoscere nel corpo. Per farlo, molto spesso serve uno spazio di co-regolazione: un luogo protetto in cui non sei minacciata, giudicata o incalzata dalle aspettative.
Nei miei percorsi individuali di counseling lavoriamo proprio su questo: costruire insieme quella "base sicura" temporanea che ti permette di allentare la tensione, accogliere le tue fragilità e ritrovare un senso profondo di riparo interno.
Se senti che è il momento di regalarti questa possibilità, ti aspetto per una prima chiamata conoscitiva gratuita di 15/20 minuti.
Nessun esame, nessuna pressione: solo un primo momento per conoscerci e capire se possiamo camminare a fianco nel tuo percorso di evoluzione.





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